Articoli di Giovanni Papini

1904


Augusto e Gesù 1

Pubblicato su: Il Regno, anno I, fasc. 24, pp. 9-11
(9-10-11)
Data: 8 maggio 1904




pag.9


pag.10


pag.11


  9

   Quando il cesariano Troplong pubblicò la sua Chute de la Republique Romaine il Taine scrisse: «s'il parle tout haut de Rome, c'est pour parler tout bas d'autre chose.» Il Troplong infatti narrava di Cesare pochi anni dopo il colpo di stato di Napoleone il Piccolo, e facendo l'esaltazione del divo Giulio faceva dei complimenti al nuovo imperatore dei francesi. Io invece non son riuscito ancora a scoprire a chi faccia dei complimenti Guglielmo Ferrero colla sua Storia di Roma, o piuttosto col suo voluto rimpicciolimento della storia di Roma.
   Il Ferrero certamente s'è preparato profondamente e severamente e scientificamente per questa sua opera, ma ha troppo ingegno perchè potesse fare pura opera di scienza. Si sente in tutte le pagine quel senso del movimento umano, ch'è proprio di alcuni artisti e non dei ricucitori di documenti e si scorge nel fondo una corrente di sistema economico, che rivela la tesi cosciente più che l'obiettività sognata.
   La sua storia è passionale e agitata come la vita, ma da questo a dire che sia come la vita romana di quegli anni ci corre. Fra tutta quella gente che ci passa dinanzi agli occhi nelle seicento pagine che narrano i piccoli e grandi eventi che riempirono i diciassette anni che corsero dall'uccisione di Cesare alla seduta in cui Ottaviano ricevè il titolo di Augustus, ci sono degli amici e de' nemici del Ferrero, degli uomini per i quali ha delle debolezze e degli altri per i quali ha dell'antipatia. Ed è giusto ed è bene ed è anche piacevole che sia così. Ferrero è un uomo, un uomo fatto di sangue e di nervi, che vive e contempla vivere, che ama e che odia, e quando è entrato nel suo studio per scrivere le vicende dell'impero, non so se abbia indossato il lucco come Macchiavelli ma certo non ha lasciato la sua umanità alla porta come il Taine diceva e credeva di fare.
   E Guglielmo Ferrero ha portato nella storia di Roma il discepolo di Lombroso e il giornalista del Secolo, cioè lo scienziato e il democratico.
   Ora la scuola positiva, dalla quale deriva il Ferrero, è pessimista, è spogliatrice e abbassatrice. Il suocero dello storico di Roma si trovò dinanzi ai geni e disse a coloro che l'amavano: «Vedete, costoro che vi sembrano eroi meravigliosi non sono che dei soggetti di clinica, degli ospiti passati o futuri di case di salute, degli habitués di ospedale. Sono dei malati, degli epilettici, dei degenerati, dei delinquenti.» Il genero non vuol esser di meno e ci porta dinanzi a Cicerone, a Cesare, a Ottaviano e ci dice: «Voi credete possedere un saggio dalla ferma energia e dallo sguardo acuto, un capitano dalla visione lontana e dalla ponderazione precisa, un dominatore dalla calma scaltrezza e dal grande animo. Invece io vi dimostrerò che costoro furono un parolaio incerto e volubile, un epilettico incosciente e fortunato, un ragazzo vigliacco e malaticcio.» Allo scienziato pessimista che non ama nè le altezze nè l'idealizzazioni si aggiunge il democratico il quale non ha simpatia per i grandi della terra e per le classi dominanti, e così il processo è compiuto: la storia romana, da epopea di uomini d'eccezione, diviene una cronaca di canaglie e d'imbecilli.
   In questo volume Guglielmo Ferrero ha chiamato in giudizio Ottaviano Augusto. Finora questi non poteva lamentarsi degli uomini. Virgilio aveva pensato a circondarlo della fama di mecenate, nel medioevo ne avevano fatto un buon cavaliere che portava grifone rosso in campo giallo, Corneille ne aveva fatto l'eroe rappresentativo della magnanimità imperiale, e perfino i melodrammi settecenteschi lo avevano portato alla ribalta sotto le vesti di un cavaliere galante, capace dei suoi madrigaletti in novenarì come un qualsiasi marchese.
   Il Ferrero è invece assai meno gentile con lui; gli nega il coraggio, la potenza dei grandi disegni, perfino il piacere di comandare e inclina a farne un ciceroniano, un uomo di scrittoio, sedentario, incerto, pauroso, obbligato dalle vicende a far cose non adatte alle sue forze, a essere ricco e padrone pur dispregiando il lusso e non amando il potere.
   Infatti egli ce lo mostra che non sa da qual parte voltarsi e a chi appoggiarsi, se al popolo o ai nobili, se agli uccisori di Cesare o agli amici di Antonio; ce lo presenta seccato nelle guerre, timoroso dei colpi, fuggente in terra appena le sue navi sono sotto la minaccia di esser prese o affondate da quelle del figlio di Pompeo.
   E mentre si crede che Ottaviano continuasse e compisse il disegno di Cesare, che instaurasse veramente il regime imperiale, il Ferrero, afferma che niente di tutto questo è vero. Ottaviano ha avuto un compito tutto diverso da quello di Cesare, e non è stato affatto il primo imperatore, perchè la sua restaurazione della repubblica non è stata formale ma reale.


  10

   Insomma in Ottaviano non c'era nè l'uomo d'azione, né il dominatore: egli era un innocuo letterato, un pitagorico amante della pace e della sobrietà, un buon ragazzo, in fondo, per quanto un po' ipocrita e vigliacco, il quale per i tempi tempestosi s'è ritrovato a comandare, a combattere, a intrigare, invece di fare il dilettante ellenofilo in qualche solitaria villa di provincia. Augusto, insomma, è stato un grand'uomo artificiale e un imperatore per forza e se volete persuadervi come si può diventare padroni del mondo avendo delle animuccie da letterati, e come si posson vincere le battaglie tremando verga a verga, leggete il libro del Ferrero, il quale vuol spiegarvi questi preziosi segreti soltanto per cinque lire.
   Io l'ho letto con gran piacere e anche, credo, con attenzione, ma non son riuscito, lo confesso, a comprender il mistero. Ho letto ad esempio che Ottaviano «implicato dalla fortuna, ancora giovinetto, nelle gare civili, aveva dovuto affrontare pericoli, esercitar poteri, godere di fortune straordinarie, smisuratamente sproporzionate al suo coraggio, alla sua forza, al suo merito» (449) e mi son chiesto: Ma, insomma, Ottaviano è riuscito sì o no nel mondo? Mi sembra di si, perchè un uomo, che diventa padrone, giovanissimo, dí legioni, di provincie e le sa non soltanto mantenere ma accrescere, non si può dire un fallito della vita. Ora, s'è riuscito, significa che tutte quelle vicende in cui s'é trovato non erano sproporzionate alle sue potenze, altrimenti sarebbe stato fiaccato e perduto. O una delle due: o per conquistare il mondo non occorreva allora nè coraggio nè forza, il che é assurdo in un tempo di tanta confusione e di tanta cupidigia, oppure Ottaviano possedeva tutto quello ch'era necessario per riuscir vincitore. E quanto alla fortuna io non capisco il giudizio del Ferrero, che rispetto ad essa l'unico merito è quello di saperne approfittare a tempo e siccome Ottaviano ha saputo farlo non saprei davvero dove trovare la sproporzione.
   Se sproporzione ci fosse sarebbe in ogni modo a favor di Augusto perché questi giunse, secondo il Ferrero stesso, al di là di quello ch'egli stesso sperava e da triumviro rimase signore solo, sia pure, come vuole lo storico, qual presidente di repubblica e non come sovrano d'impero.
   Ora io torno al dilemma: o era sufficiente al fine quel poco coraggio e quella poca energia che Ottaviano spiegò ed egli fu saggio nel non sprecare maggiori forze di quelle che comprese bastargli, oppure si richiedeva veramente potere e animo straordinario e allora la vittoria mostra che il vincitore di Azio non fu inferiore a quel di Farsaglia.
   Io ho gran paura che la leggenda che fa di Ottaviano un attore che si toglie la maschera solo in punto di morte sia in qualche sua parte vera. Si capirebbe allora tutta questa apparenza di debolezza, di pace, di poca ambizione, di poca vanità, che il Ferrero riscontra in lui. Pensiamo che Ottaviano può benissimo aver cercato di accentuare e mostrare quei suoi caratteri meno sospetti e più rassicuranti, per operare con più comodo verso i suoi fini. Si diffida meno di un uomo il quale vi assicura di non amare il potere e che si dà delle attitudini di modesto filosofo. Tutta la letteratura di Ottaviano può essere stata una finta per divenire Augusto e se non fa meraviglia che sia riuscita presso i suoi contemporanei più grossolani, stupisce che riesca ancora con un uomo così moderno, sottile e ingegnoso qual'è il Ferrero. Egli ha compreso bensì che Augusto inizia l'intellettualismo nella storia di Roma, e dà principio a quel nuovo modo di dominare in cui entra più la sottigliezza della mente e l'accorgimento delle parole che le battaglie e le violenze. Filippi non uccise solo la repubblica, ma il metodo eroico della repubblica, e Ottaviano, il quale combatte a malincuore, non è forse tanto un vile che abbia paura, quanto un uomo più avanzato e raffinato il quale non comprende più un mezzo così brutale e deciso come la guerra negli affari degli uomini. Un nemico del militarismo come il Ferrero dovrebbe esser lieto di questo suo lontano confratello, invece di parlarne quasi con ironico disprezzo. Non è curioso vedere un democratico il quale mostra quasi maggiore simpatia per il soldataccio Antonio, per colui che, primo fra i Romani, comprese il barbaro fasto dei despoti d'Oriente? Che il giuoco delle simpatie istintive porti all'ironico contrasto degli uomini di penna amanti degli uomini dei fatti, e degli uomini d'azione amanti degli uomini di lettere? In questo caso la simpatia di Ottaviano per Cicerone e Pitagora indicherebbe in lui un temperamento poco ciceroniano e pitagorico e darebbe torto a tutta la ricostruzione del Ferrero, la quale è pur fondata su quelle simpatie.
   Ma non voglio ancor divertirmi colle ipotesi: Guglielmo Ferrero non ci ha rivelato forse Ottaviano, il quale, come tutti gli uomini veramente grandi, ha il buon gusto di rimanere sempre un enigma, ma ci ha dato un libro pieno di vita, di movimento, di acutezza, e di uno stile piacevole e decoroso nella sua semplicità. Non possiamo chiedere di più a chi ha il coraggio di far della storia in Italia.

   L'on. Giovanni Rosati non ha per esempio quest'intenzione: non vuol far della storia ma della polemica. Non bastano al suo vario ingegno le cause che gli offre il foro italiano ed ha risalito il corso dei tempi per trovarsi un altro cliente. E ha trovato Gesù, e s'è messo ai suoi servigi con un fervore e un entusiasmo poco comuni in questi tempi di facile irriverenza.
   Egli ha difeso Gesù da tutte le accuse possibili e immaginabili, con una foga oratoria e un'erudizione sicura, quale non eravamo abituati a trovare nei laici, e con una passione verace e sincera, che gli fa odiare e Caiafa, e i Sacerdoti del Sinedrio e i Farisei e Pilato quasi come nemici personali. Egli vuol dimostrare e ci riesce, mi sembra, quasi completamente, che tanto l'accusa che la condanna di Gesù sono state ingiuste e illegali, tanto rispetto alla legge giudaica che al diritto Romano, e perfino «alla ragione stataria della giustizia penale contemporanea» (132). Così non solo il Pentateuco o il Digesto ma perfino il codice Zanardelli viene a testimoniare dell'innocenza del dolce Uomo-Dio di Nazareth.
   Certo un cristiano potrebbe dire che la legalità o illegalità mondana del processo di Gesù importa poco, poiché tutto era stabilito da Dio, e il tradimento e l'ingiustizia e la ferocia erano cose necessarie e disposte alla redenzione. Ciò che sembra malvagio alla piccola giustizia umana, fu suprema volontà della giustizia divina.
   E uno spirito critico, un realista storico, potrebbe dire al Rosadi che il parlare con criteri di giustizia di un fatto di vita significa non comprendere la legge fondamentale della vita sociale. Quando alcuni uomini sono offesi e danneggiati da un uomo, e questi uomini hanno la forza, se ne sbarazzano necessariamente in ogni modo, con sofismi o con


  11

astuzie, con violenza o con inganno e nella necessità della difesa é già molto se curano le apparenze della legalità. La giustizia è una cosa puramente astratta, che fa bella figura nei libri, ma non ha nessun significato nel giuoco terribile delle volontà umane.
   Ma qualunque cosa si possa dire di questo libro esso è un segno dei tempi, e pieno di significato. Che un avvocato celebre, un deputato anticlericale, dedichi un volume pieno di passione e dì sapienza alla figura di Cristo, e ne parli con sì grande amore, o lo difenda con tanto entusiasmo, è una cosa che può dar da pensare a tutti quei piccoli Voltaire ridotti ai minimi termini i quali stanno immaginandosi di uccidere il cristianesimo con quattro lazzi e quattro oscenità.


◄ Indice 1904
◄ Il Regno
◄ Cronologia